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Quanto siamo “Immuni” con la privacy?


#immuni #app

In questo momento di emergenza pandemica siamo costretti a vivere in un modo per noi anormale. Le uscite sono centellinate, non si può andare liberamente in giro.

La paura più grande è di entrare in contatto con persone infette che possono trasmetterci il virus. Farebbe comodo sapere chi è già infetto, con e senza sintomi, e chi ancora non lo è. 

Per mappare I contagiati il capo della Protezione Civile Dott. Borrelli ha scelto l’app per smartphone da utilizzare su base volontaria. L’app si chiama “Immuni” ed è stata concessa gratuitamente dalla società che la produce. 

In questo modo però si crea un grande problema: quello della privacy. La nostra sicurezza è importante, lo diciamo sempre, ma qui si scontra con la privacy. Come mostrato in un servizio recente di Report Rai3, in Cina usano un’app per tracciare gli spostamenti dei cittadini che volontariamente eseguono una scansione con la fotocamera dello smartphone su codice QR (per tipologia sono simili a quelli a barre ma quadrati) e i loro spostamenti vengono registrati su un database di un server per poter essere usati successivamente. Infatti se un cittadino dovesse contrarre il virus COVID-19 verrebbe segnalato ed i suoi spostamenti ricostruiti grazie all’app. 

Dobbiamo considerare che in Cina il regime vigente ha un controllo attivo sulla popolazione, i cinesi sono controllati anche negli acquisti. Si può dire che il loro è un mercato chiuso e sorvegliato. George Orwell in 1984 insegna.

Ma in Italia, ed in tutta Europa, esiste una libertà personale ed un rispetto per la privacy molto più alto che in Cina. Il GDPR, cioè il codice sulla privacy che è entrato in vigore da circa due anni, sancisce il diritto alla privacy di ogni cittadino europeo. In questa legge europea la privacy di ogni cittadino può essere scavalcata solo in caso di indagini di polizia. E non è questo il caso.

Infatti da noi l’utilizzo dell’app è su base volontaria, ma quanti lo faranno? 

L’idea di essere controllati attivamente non ci piace proprio, non è nella nostra mentalità. Nelle ultime settimane abbiamo assistito ad una costante campagna mediatica di “italiani untori”, messaggi provenienti soprattutto dall’estero che non ci hanno fatto proprio bene. Questo concetto di “untore”, cosa da non sottovalutare, si é fatto strada anche all’interno della nazione. Come se il nostro bel paese, alla ricerca di un colpevole, si fosse diviso in “gente del nord” e “gente del sud”. 

C’è anche un altro punto da considerare: siamo certi di essere infetti o di non esserlo? Abbiamo fatto il tampone? Potrei essere non infetto e stare bene, come potrei aver contratto il virus e non aver avuto i sintomi. Come faccio a dichiarare nell’app che sono “pulito”? Rischiamo di produrre anche una dichiarazione falsa e non supportata da prove.

I dati inseriti nell’app sono necessariamente personali (nome, cognome, residenza, email) ma possono essere anonimizzati i dati di tracciamento. Siamo puntini verdi cioè sani e puntini rossi cioè malati. Finché siamo un puntino verde su una mappa non corriamo il rischio di essere rintracciati. Ma qualora il nostro stato di salute si modificasse come verremmo rintracciati? Saremmo contattati da qualcuno che indirizza le nostre azioni in modo che non creino danno ad altri? Oppure dovremmo essere sempre noi a denunciarci e metterci un auto quarantena? 

Abbiamo tutti paura di essere visti come degli “untori”. Abbiamo tutti paura di diventare punti rossi, ma abbiamo ancora più paura di essere circondati da punti rossi.

Un’altro effetto sulla nostra psiche è proprio quello di sentirci in pericolo perché circondati da “untori”. Leggiamo la mappa e vediamo il nostro puntino accerchiato da punti rossi e siamo (per esempio) al supermercato. Ecco… ci sentiremmo “accerchiati” e avremmo paura. In questo senso l’app potrebbe avere un effetto opposto, cioè diventiamo delle spie che vogliono sapere lo stato di salute altrui ma non dichiariamo il nostro per non essere privati di piccole libertà conquistate dopo settimane di quarantena forzata. 

Se l’app è stata pensata e funziona per garantire la nostra sicurezza essa va contro la nostra privacy. La situazione è ingarbugliata. L’unico modo di uscirne è forse quello di cedere la propria privacy per un bene superiore, quello comunitario di popolo, a condizione però che ci sia l’onestà intellettuale di chi utilizza l’app, altrimenti torniamo punto a capo. 

 

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